Addebito della separazione al coniuge che mente

 

 

Una recente pronuncia della sezione famiglia del Tribunale di Milano [1] fornisce un quadro chiaro dei doveri che il coniuge deve adempiere per non vedersi addebbitata la separazione: in primo luogo essere leale e sincero, senza mai manipolare o nascondere la realtà all'altro.

 

 

 

Il caso preso in esame dai giudici di Milano è quello di un coniuge che, incurante delle difficoltà psicofisiche che la moglie andava manifestando (una possibile patologia di marca neurologica), non solo la esautorava dalla gestione economica della coppia, ma pure non le rivelava le sorti e l’andamento del proprio lavoro, le teneva celate le esposizioni finanziarie che aveva contratto con plurime persone, non le rivelava la circostanza di non avere pagato le rate di mutuo, le sottraeva la corrispondenza per non renderle noti i solleciti di pagamento che da più parti pervenivano, la rassicurava sulla circostanza – falsa – di aver saldato le spese condominiali e le utenze domestiche, così costituendo, nella moglie, una falsa rappresentazione della realtà cui la stessa – fidandosi come deve fidarsi un coniuge nei confronti dell’altro – credeva.

 

All’incrinarsi della falsa realtà costruita, il marito in questione, allontanandosi dall’abitazione coniugale, abbandonava la moglie in una vera situazione di indigenza acuita dalle già diagnosticate patologie neurologiche.

 

Il Tribunale ha addebitato la separazione al marito ritenendo quest’ultimo responsabile della violazione dei doveri nascenti dal matrimonio.

 

In particolare, il giudice ha ritenuto essere stato tradito il dovere di lealtà,  che impone di mantenere - anche e soprattutto – nei momenti di difficoltà e criticità, il dovere di correttezza tra i componenti della coppia (o, più in generale, della famiglia) e che richiede la scelta di comportamenti coerenti con i valori – condivisi – che hanno portato all’unione della coppia (ed all’eventuale progetto educativo della prole).

 

Inoltre, il coniuge ha tradito la fiducia personale che definisce l'aspettativa di regolarità nel comportamento dei componenti la coppia e che impone di non manipolare la comunicazione, di fornire sempre una rappresentazione autentica, non parziale né mendace, delle proprie condotte e che pretende la sincerità, intesa come non ricorso al nascondimento, alla menzogna, alla frode e all'inganno.

 

Ha infranto la promessa di fedeltà intesa come il rispetto delle regole (implicite ed esplicite, morali ed etiche, sociali e culturali) che, definendo il modo scelto e condiviso di ‘essere coppia’, ne consentono e garantiscono l’esistenza, regolano l’interazione tra i partner e si collocano ben oltre il patto dell’ “esclusività sessuale” e della “mera astensione dall'adulterio” (cfr. Cass. Sez. 1 , n. 9287 del 18/09/1997 Rv. 508116 ) verso il quale la fedeltà alle regole generali si pone in rapporto di genus ad speciem.

 

Infine, è venuto meno al dovere di solidarietà che richiama i coniugi ad un atteggiamento di comprensione e di impegno attivo per aiutare il partner nei momenti di difficoltà, ovvero per sostenerlo nei disagi e nelle criticità psichiche o fisiche.

 

L’abbandono dell’abitazione coniugale da parte del marito suggella la violazione ultima e definitiva ai doveri matrimoniali e completa l’iscrizione dei suoi comportamenti a complessiva ed esclusiva causa della frattura dell’unione matrimoniale.

 

[1] Trib. Milano Sent. n. 15400 del 5.12.2013

 

di Vanda Lops

 

 

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Commenti: 1
  • #1

    agnese cremonesi (giovedì, 24 luglio 2014 12:12)

    Buongiorno Avvocato, ho letto della sentenza relativa al caso di cui lei parla nel suo articolo del 11.02.2014 e volevo farle una domanda.
    Mio padre si trova nelle medesime condizioni della signora di cui si parla nell'articolo. La moglie lo ha lasciato a marzo 2013, con la motivazione di un operazione al ginocchio e non ha più fatto ritorno a casa pur abitando nella stessa città. Essendo entrambi Testimoni di Geova, si è tentato in un primo momento di risolvere la situazione con il tramite della loro congregazione: cosa miseramente fallita. Mi sono già rivolta a un avvocato l'anno scorso, ma non ha voluto l'incarico in quanto essendo mio padre anziano (84 anni) con un inizio di demenza senile alternante confusa con alzhaimer da alcuni medici ( l'ultima neurologa invece ci ha confermato che non è ammalato di alzhaimer) , non lo riteneva in grado di affrontare un divorzio con tutte le procedure annesse. Qui si parla di una donna che aveva problemi neurologi, quindi non in grado di decidere per sè? Chi ha preso la sua tutela? Potrei io figlia appoggiare mio padre in questo iter?
    La ringrazio per la sua attenzione e cortesia.
    Agnese Cremonesi