Educare i figli con metodi violenti: è illecito e dannoso

Uno schiaffo, una sculacciata, punizioni corporali lievi inflitte al fine di imporre regole, correggere comportamenti sbagliati. E’ lecito per un genitore utilizzare questi metodi educativi?

 

Uno schiaffo, una sculacciata, punizioni corporali lievi inflitte al fine di imporre regole, correggere comportamenti sbagliati. E’ lecito per un genitore utilizzare questi metodi educativi?

L’uso abituale della violenza fisica e morale esula da ogni pratica pedagogica ed è senz’altro un comportamento illecito, che può integrare il reato di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) o altri gravissimi reati.

 

La domanda riguarda dunque la liceità di punizioni corporali lievi, usate sporadicamente ed al preciso fine di educare.

L’art. 571 del codice penale, “abuso dei mezzi di correzione o di disciplina”, prevede che “chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, …, è punito, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente, con la reclusione fino a sei mesi …”

 

Poiché la legge sanziona l’abuso – l’uso illecito - dei mezzi di correzione e disciplina, si desume logicamente che esista un uso lecito di tali mezzi: un potere correttivo e disciplinare, il cosiddetto “ius corrigendi”, per il quale punizioni corporali lievi (“vis modica”) potrebbero costituire mezzi pedagogici leciti.

 

L’istituto dello “ius corrigendi” è anacronistico e inaccettabile.

Alla luce dei migliori insegnamenti della scienza criminologica e di quella psicologica, per i quali i metodi educativi rigidi e autoritari producono rilevanti danni sull’equilibrio psicologico e sullo sviluppo del minore, la condizione di punibilità di cui al primo comma dell’art. 571 c.p. - il pericolo di una malattia nel corpo e nella mente - vi è sempre in presenza di un comportamente violento e, dunque, la violenza non può mai considerarsi in alcun modo educativa.

 

Ed infatti, la giurisprudenza più recente [1] ha affermato che l’art. 571 del codice penale non può essere interpretato con i canoni socio culturali dell’epoca della sua emanazione (Codice Rocco del 1930).

 

In particolare, la Suprema Corte ha rilevato che l’istituto dello “ius corrigendi” è in contrasto con gli articoli 2 e 3 della Costituzione (riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo e principio di eguaglianza) e 30 e 31 della medesima carta costituzionale (tutela della maternità, dell’infanzia e della famiglia).

Detto istituto è poi incompatibile con le norme di cui alla riforma del diritto di famiglia del 1975 e con con numerosi interventi normativi internazionali recepiti dal nostro ordinamento, innanzi tutto la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia del 1989 (ratificata con la Legge n. 176 del 1991) che espressamente riconosce al bambino “il diritto al pieno ed armonico sviluppo della personalità, ad essere allevato, istruito e curato nello spirito di pace, dignità e tolleranza”.

 

In mancanza di una legge che espressamente vieti l’uso della violenza nell’ambito familiare è toccato alla giurisprudenza statuire il superamento dello “ius corrigendi”, con l’affermazione del principio per cui è sempre inammissibile l’uso della violenza, nell’ambito di qualsivoglia relazione tra individui, e dunque anche in quella fra genitori e figli.

 

In Italia, le punizioni corporali sono vietate espressamente solo in ambito scolastico (Regolamento scolastico del 1928) e dall’ordinamento penitenziario (Legge n. 354 del 1975).

 

L’Organizzazione mondiale della sanità ha affermato che le punizioni corporali rientrano nella definizione di abuso fisico (OMS, World Report on Violence and Health, 2002).

L’OMS afferma che la violenza è un problema di salute pubblica mondiale e che le punizioni corporali non possono essere considerate una prassi tollerabile o addirittura un metodo educativo, ma sono da considerare una forma di abuso a tutti gli effetti.

 

Il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia raccomanda ai governi di eliminare ogni forma di punizione corporale, per quanto lieve, nonché ogni altra forma di punizione crudele o degradante, intervenendo sulla legislazione, ma anche sull’opinione pubblica, con campagne di sensibilizzazione sugli effetti nocivi della violenza (General Comment No. 8, 2006 - The right of the child to protection from corporal punishment and other cruel or degrading forms of punishment).

 

Il Consiglio d’Europa si è impegnato ad accertare che le raccomandazioni del Comitato ONU siano recepite nel continente europeo.

 

Numerose organizzazioni internazionali non governative sono impegnate nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica e dei governi sugli effetti nocivi dei metodi educativi autoritari, in particolare Save the Children

Dal maggio 2010 ventuno paesi in Europa [2] hanno adottato una normativa nazionale per vietare le punizioni corporali nei confronti dei bambini, in qualsiasi circostanza ed anche in ambito familiare.

 


 Il 17 giugno 2013 (omelia della Messa alla Casa Santa Marta, Roma) il Papa Francesco ha affermato: “un genitore mai dovrebbe dare uno schiaffo sulla guancia ai figli, perché la guancia è la dignità”.

 

Attendiamo dunque che anche il legislatore italiano provveda ad adeguare l’ordinamento a quel canone di civilità che vieta e scoraggia la violenza, sempre, in ogni relazione fra esseri umani.

 

Attendiamo inoltre che il Governo italiano attui cio’ che il Consiglio d’Europa auspica: che tutti i paesi trovino i mezzi di aiutare i genitori a considerare in altro modo i loro rapporti con i figli. Una buona pratica di sostegno alla genitorialità è essenziale per permettere a bambini cresciuti in modo armonioso di diventare adulti maturi e realizzati.

Speriamo che i governi rispondano a tale appello, non solo promulgando leggi per il divieto delle punizioni corporali, ma decidano inoltre di assistere le famiglie (per conciliare vita professionale e vita familiare, per esempio), di sviluppare servizi destinati ai genitori (per esempio consulenze e formazioni), di organizzare attività di sensibilizzazione, di mettere in atto provvedimenti che aboliscano definitivamente la violenza dalla società.

 

 

 

[1] Corte di Cassazione, Sentenza n. 16491 del 2005; Corte di Cassazione, Sentenza n. 42962 del 2012

[2] Austria, Bulgaria, Croazia, Cipro, Danimarca, Finlandia, Germania, Grecia, Ungheria, Islanda, Lettonia, Liechtenstein, Lussemburgo, Moldova, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia e Ucraina.

 

di Vanda Lops

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